Un posto conveniente
Cosa ci racconta il successo del Salone del Libro?
Si è da pochi giorni concluso il Salone Internazionale del Libro di Torino, arrivato ormai alla sua trentottesima edizione. Visitarlo è stato una esperienza intensa: tantissimi espositori, moltissimi visitatori e una serie infinita di eventi di presentazione e di confronto con gli autori. È stata però anche l’occasione per farmi una domanda legata ai temi dei quali parliamo spesso in Macchine Pensanti: perché un evento così radicato nella materialità non solo sopravvive nell’era digitale ma continua a crescere?
Anacronismo
Visitare il Salone significa infatti trovarsi di fronte a un vistoso anacronismo tecnologico. In un’epoca in cui migliaia di PDF ed ePub possono essere conservati e trasportati nella memoria di un qualsiasi smartphone, il Salone resta invece un mondo di carta: ci si aggira tra decine di migliaia di volumi, presenti in quantità tali che le pile di libri finiscono talvolta per delimitare i perimetri degli stand. La configurazione è rimasta pressoché identica a quella di vent’anni fa; non è cambiato il formato, non è cambiata la logica espositiva, non è cambiato il rapporto fondamentale tra visitatore e prodotti: un corpo che si muove tra oggetti fisici, li prende in mano, li sfoglia, li ripone.
Questo anacronismo ha un costo. Ogni volume esposto ha richiesto carta, inchiostro, lastre di stampa, energia per i macchinari, spazio nei magazzini, camion per il trasporto, scaffali per l’esposizione. Dietro ciascun libro in mostra c’è una filiera lunga e concreta, che coinvolge stabilimenti, fornitori, corrieri, allestitori. Un’infrastruttura logistica e materiale di grandi proporzioni, con spese altrettanto significative, cui si aggiungono quelle (personali e ambientali) legate agli spostamenti degli ospiti e del pubblico: treni, aerei, auto, hotel, pasti fuori casa.
Eventi
Un appuntamento in presenza che, nonostante i costi altissimi, ‘resiste’ dunque alle nuove tecnologie e alla digitalizzazione dei libri. In altri contesti giudico questa resistenza un atteggiamento tossico (per esempio quando riguarda l’editoria accademica). In questo caso, però, l’anacronismo tecnologico non mi sembra una battaglia di retroguardia ma il sintomo di una necessità. O meglio, di due necessità.
Comincio dalla prima: difendere romanticamente un oggetto del quale non riusciamo a fare a meno perché il libro cartaceo è ancora parte integrante del nostro immaginario. Un ePub non posso farmelo firmare dall’autore, non ci posso lasciare dentro bigliettini, non mi guarda la sera dal comodino chiedendomi di leggerne almeno un’altra pagina. Come sostiene Yuk Hui, l’oggetto digitale non è un oggetto nel senso classico del termine: non occupa davvero uno spazio, non invecchia, non porta i segni dell’uso ma sopravvive come intreccio mobile di dati e relazioni (ne ho parlato qui). Il Salone si riempie di persone che, per motivi diversi, hanno invece ancora bisogno che un oggetto materiale occupi il loro spazio reale e mentale. I vantaggi della rarefazione digitale (su tutti economicità, facilità d’uso e manegevolezza) non sono ancora riusciti a cancellare dalla nostra memoria emotiva il piacere della materialità cartacea, l’idea che il libro sia anche un ‘oggetto di affezione’. Succede così che chi, come me, legge ormai quasi solo in digitale, si ritrovi comunque a girare un po’ ipnotizzato tra gli stand del Salone per toccare, sfogliare e quasi pesare i libri, e se ne porti a casa almeno un paio.
La seconda necessità è di segno diverso. Nell’era in cui tutto è disponibile sempre, ovunque, su qualsiasi schermo, ciò che acquista valore è esattamente l’opposto: la cosa che accade una volta sola, in un posto preciso, e alla quale ha senso partecipare per il semplice fatto di esserci fisicamente. Non per il contenuto (perché ogni visitatore del Salone potrebbe trovare quei libri altrove, con meno spesa e meno fatica) ma per la possibilità di trovarsi insieme ad altre persone che hanno scelto allo stesso modo di voler essere lì. I libri cartacei vengono depositati in un luogo preciso (i padiglioni) e per un tempo definito (cinque giorni) e così costruiscono un territorio da raggiungere, de-finiscono un ‘qui e ora’ da esperire; danno vita cioè a un posto ‘con-veniente’, un luogo cioè nel quale ‘venire assieme’, trovare e vedere altri, non necessariamente amici o conoscenti. E così, pur muovendomi sempre di più e ogni giorno tra negozi digitali, sono andato fino a Torino come autore ma anche per partecipare a un rito collettivo in presenza, condividendo uno spazio e un tempo con sconosciuti che, per qualche ora, sono diventati con me e per me qualcosa di simile a una cosa che ci manca sempre di più: una comunità.
Il Salone del Libro funziona, probabilmente, in virtù di entrambe queste ragioni.
La prima è conservativa: tiene in vita un oggetto e un’abitudine che non siamo ancora pronti ad abbandonare, o almeno non del tutto e non per sempre, nonostante le nuove tecnologie ne mostrino per contrasto tutta l’anti-economicità. La seconda è reattiva: risponde a un vuoto che il digitale ha contribuito ad alimentare, e cioè la scarsità dell’esperienza irripetibile e condivisa. L'unicità non è scomparsa: si è semplicemente spostata dall'oggetto all'esperienza: più è difficile, nel tempo della iper-riproducibilità, collezionare cose uniche, più andiamo alla ricerca di esperienze irripetibili; allo stesso modo, più il mondo diventa accessibile da remoto, più ci accorgiamo che alcune esperienze continuano ad avere valore solo quando richiedono una presenza fisica che si muova in luoghi e con tempi condivisi.
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