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Il concetto di identità nell'epoca della biometria
Nel suo Etica dell'intelligenza artificiale, Luciano Floridi scrive che “la nostra identità e i nostri dati personali non sono mai stati incollati insieme così indistinguibilmente come accade oggi”. Cosa significa? Che non c'è mai stata un’epoca dell'umanità nella quale la nostra vita ha lasciato tante ‘tracce’ in giro come facciamo noi in questa stagione iperconnessa (videocamere di sorveglianza, tracciamenti GPS, pagamenti digitali, etc.). Siamo dunque passati da un tempo in cui ognuno di noi aveva un documento di identità in tasca a un tempo in cui ognuno di noi è un documento di identità. Una trasformazione ‘ontologica’ della quale parla, soffermandosi sul tema del riconoscimento biometrico, Amy Kind nel suo Biometrics and the Metaphysics of Personal Identity, pubblicato nel 2023 su IET Biometrics.
Siamo documenti
Per arrivare a discutere delle implicazioni della biometria intesa come scienza del riconoscimento dell’identità, Kind parte da una analisi di come, nella tradizione filosofica, il ‘problema dell’identità personale’ abbia generato tre tipologie di domande. In primo luogo, la domanda di identificazione, che si chiede quali proprietà un essere deve avere per contare come persona e cosa lo distingua da un umano. La nozione di umano è biologica; quella di persona è, invece, complessa perché tiene dentro una serie di dati non riducibili al dato fisico: un cadavere con DNA umano è ancora un umano, ma non è più una persona; un’intelligenza artificiale sufficientemente sofisticata potrebbe sembrare una persona senza essere un umano. La domanda di re-identificazione chiede invece cosa rende una persona la stessa persona nel tempo. È la domanda che ci poniamo implicitamente - afferma Kind - quando diciamo che l’Arnold Schwarzenegger che nel 1984 interpretava Terminator è lo stesso individuo che nel 2003 vinse le elezioni per governatore della California. Cosa tiene insieme queste due istanze temporali? La domanda di caratterizzazione, infine, chiede cosa rende una persona quella persona: tra tutti gli attributi che un individuo possiede, quali sono quelli che costituiscono la sua identità in senso profondo?
Le tre domande ci ricordano, suggerisce Kind, che per noi ‘riconoscere una persona’ è un processo complesso, che tiene insieme memoria, credenze, esperienze, biologia, fisionomia, nessi sociali, etc.; per questo l’idea che una person recognition biometrica possa rintracciare in modo oggettivo ed efficace degli elementi ‘naturalmente inerenti’ all’individuo (che lo identifichino cioè in modo oggettivo e univoco) è, secondo Kind, filosoficamente fuorviante perché produce un effetto assolutamente inedito nella storia della nostra cultura: rende il nostro corpo, la nostra fisicità un elemento identificativo autonomo; trasforma cioè la nostra biologia e la nostra fisionomia in un documento.
Due esperimenti
Kind propone due esperimenti mentali che mostrano, nella sua prospettiva, quali possano essere le crepe nel ‘progetto biometrico’. Il primo è un classico thought experiment della filosofia analitica della mente che risale almeno alle riflessioni di Derek Parfit: il trapianto di cervello. Immaginiamo due individui (chiamiamoli A e B) coinvolti in un grave incidente. A si ritrova con il corpo fisicamente integro ma il cervello irrecuperabilmente compromesso; B, al contrario, conserva un cervello perfettamente funzionante ma ha il corpo devastato oltre ogni possibilità di recupero. I neurochirurghi intervengono e trapiantano il cervello di B nel corpo di A. Chi è l'individuo che si risveglia? La risposta intuitiva (quella che Kind attribuisce alla quasi totalità delle persone interrogate) è che si tratti di B, cioè il ‘proprietario’ del cervello. Non perché il corpo sia irrilevante ma perché tutto ciò che rende B la persona che è (i suoi ricordi, le sue intenzioni, la sua storia psicologica, i suoi legami affettivi) ha migrato insieme al cervello nel nuovo corpo. È B che si sveglierà disorientato in un corpo che non riconosce come proprio; è B che ricorderà l'incidente dalla sua prospettiva; è B che vorrà incontrare i suoi cari e non certo quelli di A, dei quali non sa niente. Questa è la risposta della teoria della continuità psicologica, ed è anche quella della teoria della continuità cerebrale: l'identità segue il cervello, non il corpo. La biometria direbbe invece il contrario: il sistema di riconoscimento facciale legge i lineamenti di A; lo scanner delle impronte digitali registra le dita di A; ogni identificatore biometrico disponibile punta verso A. L'individuo che si è svegliato è, per il sistema, inequivocabilmente A mentre B, la persona che in realtà si è svegliata, risulta nei database come deceduta.
Il secondo esperimento mentale è più radicale, e per certi versi più interessante perché non è più solo uno scenario estremo (e un po’ distopico) come quello del trapianto di cervello: l'upload della coscienza. Ray Kurzweil (che Wikipedia definisce “inventore, informatico e saggista”, dal 2012 Director of Engineering di Google) ha affermato, già nel 2006, che entro la fine degli anni Trenta di questo secolo diventerà tecnicamente possibile trasferire l'intera struttura psicologica di un individuo su un supporto digitale, attraverso una procedura di scansione e trasferimento. Dal punto di vista della teoria psicologica, la posizione di Kurzweil è lineare: se ciò che mi rende me stesso è la continuità della mia vita psicologica (la catena ininterrotta di ricordi, desideri, credenze, carattere, etc.) allora quella continuità può in linea di principio sopravvivere al cambio di supporto; non ci sarà nessuna differenza, afferma Kurzweil, tra il ‘vecchio Ray’ biologico e il ‘nuovo Ray’ digitale. Per la biometria, invece, quel momento segna una morte. Non c'è più un organismo biologico da identificare, non c'è più un volto né un'impronta né un’andatura. O, nella variante in cui il trasferimento avviene su un corpo artificiale, c'è un nuovo insieme di caratteristiche fisiche che il sistema attribuirà a un individuo diverso. L'identità personale si è spezzata nell'istante preciso in cui, nella prospettiva psicologica, si è conservata intatta.
Come ripeto sempre negli articoli di Macchine Pensanti, quello che mi interessa della tecnologia sono le riflessioni che produce ‘retrospettivamente’; come ci aiuta cioè a farci domande su aspetti della nostra vita che non abbiamo mai analizzato in dettaglio. Il sistema biometrico non traccia la nostra identità personale ma i nostri corpi, assumendo, senza mai dirlo esplicitamente, che i due coincidano; in questo caso, gli esperimenti mentali che Kind propone e, più in generale, le sue riflessioni ci costringono a chiederci che significato abbiano per noi, come individui e come comunità, le parole ‘persona’, ‘individuo’, ‘identità’ e in che rapporto siano con la nostra componente biologica. Perché, come conclude Kind, anche se l’identità ‘corporea’ non può essere equiparata a quella personale, questo non significa che non si possa utilizzare la tecnologia biometrica come elemento di co-riconoscimento delle identità; il punto è non dimenticare quanto sia problematica la differenza concettuale tra il riconoscere qualcuno e l'essere qualcuno e non ridurla a un banale dettaglio tecnico, nella speranza non confessata che, prima o poi, la tecnologia possa, nel suo progresso, risolvere per noi questo problema.
🙏 Grazie per aver letto Macchine Pensanti!
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Un’analisi molto densa, Armando. Il tuo testo solleva una questione ontologica che richiama direttamente le tesi di Foucault in Dir vero su se stessi.
Foucault ci ha insegnato che la "persona" non è un dato biologico, ma un effetto di potere, il risultato di tecniche di oggettivazione. Il rischio che intravedo in questa evoluzione è la saturazione dello scarto tra soggetto e traccia: la biometria tenta di forzare una coincidenza definitiva tra il Reale (il dato biologico, l'iride, l'impronta) e il Simbolico (l'identità burocratica, il documento).
Quando il corpo diventa il documento, viene meno la libertà fondamentale di non coincidere con se stessi, ovvero la possibilità di "non essere" ciò che i nostri dati dicono di noi.
Se la veridizione non passa più per il discorso ma per la scansione passiva, svanisce anche lo spazio per la resistenza soggettiva. Grazie per lo spunto.