Dio prompt
Gli 'schemi religiosi' con i quali leggiamo l'IA
Due settimane fa, seguendo la riflessione di Beth Singler, abbiamo visto come, in alcuni contesti religiosi, l’intelligenza artificiale venga letta come una minaccia, una deviazione, a volte persino come uno dei segni della imminente apocalisse e come, di converso, buona parte del mondo AI-addicted (o più in generale sensibile al progresso tecnologico) veda nelle religioni un pericoloso fattore di arretratezza culturale. Dai testi di Singler emerge però un elemento più interessante, che va oltre questo fastidio che le due ‘fazioni’ sembrano nutrire reciprocamente: nel nostro rapporto con gli LLM noi spesso riattiviamo, senza accorgercene, forme di pensiero religioso.
Senza presenza
Quando parliamo di intelligenza artificiale usiamo spesso verbi ed espressioni che le attribuiscono una forma di agency che in realtà non possiede: ‘le ho chiesto’, ‘mi ha risposto’, etc. Io stesso ho sempre un tono gentile quando scrivo i prompt, uso la punteggiatura come se mi stessi rivolgendo a un amico e qualche volta dico anche ‘grazie’. Abbiamo già parlato di questa abitudine tutta umana: trattiamo le cose come fossero dotate di intenzionalità perché questo ci permette di interagire con loro come se costruissimo un rapporto personale, che è il modo per noi più naturale e confortevole di entrare in relazione con ciò che abbiamo davanti. Il caso della IA ha però delle specificità: parlare con un LLM è diverso dall’insultare un computer quando non funziona o dallo spiegare gentilmente a un cane che non deve salire sul divano perché non è sfoderabile e se lo sporca poi non possiamo lavarlo. L’IA rientra infatti in una sottocategoria molto particolare di ‘oggetti’ ai quali parliamo facendo finta che abbiano vita: quelli che, come dice Singler, non hanno un corpo, non hanno una presenza reale ma ci rispondono. Abbiamo dunque di fonte una black box, del cui funzionamento ‘interno’ non sappiamo niente, la cui ‘fisicità’ ci manca del tutto ma questo non limita la nostra azione: senza difficoltà parliamo a questo qualcosa che non vediamo e che non conosciamo e che speriamo ci dia un feeback di senso utile. Una pratica che ci riesce facile, afferma Singler, perché la conosciamo già molto bene.
Opacità e responsività
Quando ci rivolgiamo a un oggetto o a un soggetto non umano trattandoli come se fossero umani, la nostra relazione è di solito unidirezionale perché, nonostante tutti i nostri sforzi per farglielo capire parlando in modo carino e gentile, il cane non ha idea di cosa significhi sfoderare un divano e ci guarda senza cogliere molto di quanto gli stiamo dicendo. Quando invece quella relazione diventa una “query-response interaction” in linguaggio naturale, quando cioè interagiamo proprio come faremmo con un soggetto, il ‘dispostivo comunicativo’ che stiamo usando cambia: attiviamo, automaticamente, quelli che Singler definisce dei “religious frames”, non perché stiamo davvero attribuendo sacralità all’IA ma perché utilizziamo schemi interpretativi che ricalcano quell'ambito e le sue logiche. Attraverso anni di etnografia digitale, Singler mostra che nel nostro rapporto con l’IA riemerge spontaneamente un repertorio culturale in gran parte religioso; quando facciamo domande a una ‘entità’ capace di rispondere nonostante la sua natura e il suo funzionamento ci siano del tutto incomprensibili mettiamo infatti insieme due caratteristiche tipiche della relazione religiosa: l’opacità e la ‘responsività’. Anche del divino infatti sappiamo poco o niente ma anche da lui (da lei o da quello che crediamo sia) pretendiamo risposte efficaci, addirittura a volte salvifiche.
Cosa ci suggerisce la presenza, nel modo in cui ci relazioniamo all'IA, di questi schemi religiosi, di questa antica attitudine ad affidarci a entità opache purché sappiano darci risposte? Che si sta consolidando, nella nostra cultura e nel nostro vivere quotidiano, un passaggio epocale — e forse un ritorno. La nostra storia del rapporto con la conoscenza era partita da una logica sacrale: il sapiente, il maestro, l'interprete dei segni, l'unico in grado di mediare tra la domanda e la risposta. Poi, lentamente, quella logica si è secolarizzata nel modello bibliotecario — fatto di corridoi e scaffali, reali o virtuali, che richiedevano orientamento, competenza, la capacità di cercare in modo attivo e consapevole — restituendo all'individuo l'autonomia e la responsabilità di trovare da sé. Ora sembra che alla autonomia di chi cercava informazioni nelle librerie si stia silenziosamente sostituendo una forma di delega (nuova e antica al contempo) a quello che Gino Roncaglia già nel 2023 chiamava l'oracolo: un'entità che, pur nutrita degli stessi testi e degli stessi documenti conservati in quelle biblioteche, non ci chiede più di esplorarli ma di affidarci, di interrogarla perché sia lei a elaborarli per noi e a restituirceli attraverso meccanismi che, per la stragrande maggioranza di noi che la usiamo, restano opachi.
Un modello nel quale non si cerca più: si imparano le regole con le quali chiedere correttamente e si prega che la risposta che arriverà vada bene.
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